C’era una volta una squadra con la maglietta bianca e nera, fondata più di cento anni fa da un gruppo di giovani annoiati, sotto il sole di un pigro pomeriggio da liceali.
C’era una volta un piccolo attaccante argentino con l’hobby del dribbling e la passione del gol, un brasiliano dallo scatto imprevedibile, un francese dal destro vellutato, un italiano dal cuore di leone. C’erano una volta Sivori, Altafini, Platini e Del Piero.
C’erano una volta gli Scudetti, le Coppe dei Campioni, i Palloni d’oro. C’erano una volta i Campioni del Mondo. C’era una volta una società indistruttibile, sconfitta dai sui stessi imbrogli e capro espiatorio di un sistema che ha fatto testuggine contro il più esposto, il più vulnerabile. C’era una volta Calciopoli.
C’era una volta una squadra che non mollava mai, una filosofia del calcio invidiata in tutto il globo, cuore pulsante di milioni di tifosi, fiume in piena di lacrime e felicità, stemma di un’Italia vincente, orgoglio tricolore e icona di forza e gloria. C’era una volta una Juventus che oggi non c’è più.
“Il miglior difensore della Juventus di oggi è stato il palo!” Questo il commento finale di Tutto il calcio minuto per minuto a proposito della prestazione sfoggiata dai bianconeri nel pareggio casalingo con il Siena. Una partita ricca di goal, un’emozione dopo l’altra con ben sei reti ( tre per parte) che ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine milioni di telespettatori e migliaia di tifosi allo stadio. Chi l’ha vista si sarà divertito molto, chi al contrario ha saputo il risultato soltanto dopo il triplice fischio dell’arbitro avrà pensato che i toscani avevano meritato il pareggio, dato che segnare per tre volte alla Juventus non è roba da tutti i giorni.
Eppure, a guardare i fatti sotto un’altra luce, l’esultanza di Maccarone perde il sapore del miracolo e acquista quello della naturale conseguenza, mentre la disperazione di Grygera e la stanchezza di Cannavaro si imprimono come statue di marmo negli occhi e nella mente di quei tifosi che avevano esultato per il trecentesimo goal in carriera di Del Piero. Una giornata che difficilmente dimenticheranno, non per il risultato, per la situazione in classifica o per gli “sfottò” degli avversarsi, ma per il capo chino di un capitano che segna due goal ed è costretto a dire che gli dispiace, che non ce l’ha fatta a vincere. Sarà impossibile non ricordare Felipe Melo che litiga con i tifosi, preludio del divorzio da una società che non avrebbe mai dovuto ingaggiarlo, o Zaccheroni, allenatore part-time che in soldoni dice quello che tutti pensano, ossia che questa non è la Juventus.
Perchè quello che fa più male non è arrivare ultimi, non è perdere la finale di Champions League, retrocedere o perdere lo Scudetto all’ultimo minuto dell’ultima giornata. Il dolore di un tifoso è vedere che i suoi non ci riescono perchè non vogliono tentare, non ce la fanno perchè non credono di potercela fare. Sentirsi appagati dopo dieci minuti di dominio è un errore che la Juventus di una volta non avrebbe mai fatto, uno sbaglio viziato da un ambiente che ha perso la concretezza dei vincenti e la razionalità di chi non molla mai.
Facile dare la colpa a Calciopoli e alle sue conseguenze, a una società che dopo la caduta di un triumvirato di stampo imperiale( la celeberrima “cupola”) si ritrova con una dirigenza debole e poco acuta negli acquisti di mercato. Facile allo stesso modo incolpare allenatori giovani e inesperti, convinti a rimanere anche quando era il momento di lasciare. Eppure non era cominciata male. La Juventus sembrava risorta, un’ombra destinata finalmente a rincorrere e mordere i polpacci dell’Inter inarrestabile e inarrivabile dello Special One. Una vittoria con il Chievo e altre due all’Olimpico, prima con la Roma e poi con la Lazio.
Ma adesso cosa bisogna fare? Dove bisogna cercare la luce per uscire da questo tunnel che sembra non finire mai?
La risposta va trovata nei goal di Del Piero, nella crescita di Candreva, in un’ Europa League per la quale si continua a lottare, anche se finora non c’è stata nemmeno una “grande” sul cammino dei bianconeri. Si deve guardare avanti, tenendo più che mai presente il passato recente e quello remoto. Bisogna restare aggrappati alla maglia e al cuore di chi, tifoso o giocatore, non si arrende mai e lotta fino all’ultimo secondo. L’unica speranza di salvezza consiste nel riportare in vita quello che è stato, il ricordo di un gruppo mai domo entrato nella leggenda. C’era una volta una squadra padrone del mondo; c’era una volta una rosa che forniva otto undicesimi dei titolari della Nazionale; c’era una volta un cuore a strisce.
C’era una volta la Juventus che oggi non c’è più e che forse, un giorno, ci sarà di nuovo.


